Scavi di Pompei

Pompeii Street Food: le antiche botteghe

Street Food a Pompei
Written by Ilaria

“Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”

(Anthelme Brillat-Savarin)

Per conoscere gli aspetti meno noti della vita quotidiana dell’antichità classica, possiamo rivolgere uno sguardo soprattutto a quello che allora poté essere la bottega: frequentata da persone di ogni ceto, e quindi anche dalla plebe, e molto spesso – soprattutto in città “turistiche” come Pompei antica – da gente di passaggio proveniente da paesi lontani che sostavano in quest’oasi per assaporare il buon vino e la bella vita. Così la bottega, per le sue iscrizioni e le sue decorazioni figurate, diventa talvolta un documentario prezioso per ricostruire la vita che intorno ad essa si svolse.

[cml_media_alt id='3214']Botteghe Pompei Antica[/cml_media_alt]

Foto di Ilaria Filippo

Le botteghe e lo street food nell’antica Pompei

In molte parti del mondo son state ritrovati resti di botteghe, ma solo a Pompei, per il gran numero e il loro buono stato di conservazione, c’è la possibilità di uno studio più completo ed approfondito.  Queste botteghe erano dette anche thermopolia o cauponae, ed erano qualcosa come un antenato dei moderni street-fast food, insomma, dei McDonald’s take away dell’antichità.

Come erano costruite le botteghe?

Di certo non avevano grandi vetrate e poltroncine in eco pelle colorate, con tanto di tavolini in legno stile IKEA.
Il periodo in cui a Pompei furono aperte numerose botteghe è quello sannitico, con l’evoluzione dell’edilizia civile pompeiana.
Il materiale adoperato per tali costruzioni non è il marmo raffinato di Carrara, ma un umile e spartano tufo bigio di Nocera, tagliato in grandi massi parallelepipedi, perfettamente squadrati. Una caratteristica molto rilevante di tali costruzioni, che può essere simile ai moderni fast food, è l’ampiezza di tutti gli ambienti – molto spesso più delle case -. Tali botteghe, a differenza di quelle sorte nel periodo successivo, raggiungevano talvolta circa 4,5 metri di larghezza per 5 metri di altezza, dimensioni che veramente ci sorprendono a Pompei, tanto più che nei centri ellenistici dell’Oriente si sono trovate botteghe di dimensioni molto più modeste. Addirittura poche son le domus nelle quali il cubiculum, la camera da letto patronale, raggiunge l’ampiezza di un thermopolium.

Ciò ci può far comprendere quale importanza avesse per i pompeiani il cibo!

Come trovare le taverne senza Tripadvisor?

[cml_media_alt id='3213']Street Food a Pompei[/cml_media_alt]Nei tanti vicoletti che nidificano la civis romanvs, come facevano i pompeiani o i semplici passanti a sapere in quale thermopolium fermarsi per mangiar bene? Dall’esame delle botteghe sannitiche risulta che queste erano prive di insegne, a differenza di quelle del periodo romano, le quali invece ne danno interessanti esempi.
Come si spiega la mancanza di insegne quando la loro utilità non può essere dubbia?

Semplice: le insegne erano fatte con materiale soggetto a distruzione – ad esempio legno che è stato arso. La merce stessa esposta sul banco, in muratura o in legno che fosse, o sospesa a bastoni sotto l’architrave, inoltre, bastava a richiamare l’attenzione dei passanti. Solo poche presentano i resti di alcune decorazioni colorate sull’architrave.
Sulla scelta del dove si mangiasse meglio poi, beh ovviamente: degustibus!

 

Anche l’occhio vuole la sua parte: arredamento della bottega

[cml_media_alt id='3215']thermopolium pompeii[/cml_media_alt]Delle decorazioni interne dei thermopolia poco rimane, solo alcuni frammenti. Idem del pavimento, ma probabilmente essi erano costituiti da un rozzo opus signinum – coccio pesto -. Il tipico colore rosso pompeiano, nelle sue più umili varianti, era onnipresente in quasi tutti gli edifici pompeiani, thermopolia comprese. Per il resto gli ambienti erano molto spogli, i pompeiani non badavano ai mobili ed all’arredamento, per lo più abbellivano con drappeggi e – solo nelle domus più benestanti – con una riproduzione su affresco dell’ambiente interno: praticamente dipingevano la mobilia come una scenografia teatrale.

Una cosa singolare che si osserva in queste botteghe è una nicchietta praticata in una parete, tagliata rettangolarmente o sormontata da un arco; evidentemente questa serviva sia per l’appoggio della lucerna, sia per ospitare una divinità protettrice, che veniva dipinta sul fondo di essa.

Le tabulae , i banconi della taverna fatti in legno o pietra ricoperta di marmo, nei casi più raffinati, contenevano quasi sempre i dolia, vasi in terracotta in essi murati, in modo che ne sporgesse solamente l’orlo. Le dimensioni dei dolia variavano a seconda di ciò che  vi si conservava, ed erano adatti sia per le merci solide – come cereali – sia per le liquide: il buon nettare degli dei.

Il più completo esempio di botteghe di questo genere ci è dato da quelle annesse alla Casa del Fauno, che visiteremo più avanti.

“La chiusura di cassa” di una bottega pompeiana

Ma…finita l’ora decima, e la giornata lavorativa, come si faceva la “chiusura di cassa”?

Il bottegaio segnava tutte le merci vendute sulla tavoletta di cera – l’equivalente del nostro registratore di cassa –  poi semplicemente prendeva un sacchetto di iuta, ci infilava il ricavato della giornata e chiudeva i battenti avviandosi verso la sua cubicola.[cml_media_alt id='3216']thermopolium-scavi-pompeii[/cml_media_alt]

Le botteghe in Pompei venivano chiuse con un sistema affatto singolare, che però, data la sua praticità e data la presenza del banco di vendita, collocato sull’ingresso, rimase in uso anche nel periodo della dominazione romana.
Grazie ai calchi in gesso eseguiti negli scavi, conosciamo perfettamente tale sistema di chiusura. Quasi tutte le botteghe in Pompei presentano nella soglia, per tre quarti o quattro della loro lunghezza, una scalanatura in corrispondenza di un’altra praticata nell’architrave soprastante. In essa venivano introdotte alcune tavole, della larghezza di circa 20 cm, sovrapposte e tenute insieme dall’esterno da due sbarre di ferro, introdotte in anelli anch’essi di ferro che fungevano da catenaccio. La porta si apriva verso l’interno della bottega, in corrispondenza della parte lasciata libera dal banco di vendita, e recava in alto un piccolo foro, attraverso il quale passava il laccio del campanello, utilizzato per chiamare il proprietario se la bottega era chiusa o questi abitava in qualche ambiente annesso – sappiamo grazie ad un’iscrizione parietale rinvenuta a Pompei che le botteghe venivano offerte in affitto cum pergulis suis” , vale a dire con un ammezzato, adibito all’esposizione della merce o a deposito, o talvolta, quando il proprietario non poteva permettersi il lusso di avere una casa di abitazione, addirittura trasformata in cubiculum-.

 

Curiosità

Nell’anno 80 a.C Pompei, partecipò alla guerra contro Roma, guerra persa che finì con l’occupazione di Sulla Cornelio a Pompei.
Pompei prese il nome di Colonia Veneria Cornelia Pompeij, associando così al nome del dittatore il culto di Venere. Di qui Pompei fu interamente romanizzata in tutte le manifestazioni della vita e dell’arte; le sue prospere condizioni economiche determinarono un notevole aumento di popolazione, per cui fu necessaria una radicale trasformazione edilizia che rispondesse alle nuove esigenze. Tale trasformazione è visibile sia nella tecnica, che rende comune l’uso del opus reticolarum  e dell’ opus latericium , sia nella disposizione degli ambienti e nell’ elevazione di un piano superiore. Ciò portò ad un restringimento dell’ambiente della bottega, che diventava sempre più esiguo rispetto a quelle ellenistiche precedenti. La nuova disposizione delle termopolia, quindi, era dovuta alla necessità di “ottimizzare gli spazi” per una città in forte crescita demografica.

 

 

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