Junior

Andiamo al mercato…

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ELIO racconta la storia di Pompei per bambini e ragazzi!

Ogni due settimane una striscia a fumetti e dei box di approfondimento, vi accompagneranno alla scoperta di Pompei: un coinvolgente viaggio illustrato nel tempo e nella conoscenza della nostra meravigliosa città.
Siete pronti a conoscere E L I O  e i suoi amici speciali?
Questa settimana Elio e Gaia ci parlano di ….

Andiamo al mercato a Pompeii

Gaia, oggi, va al mercato con la mamma e una schiava e qui ci spiegherà che per fare la spesa non si usavano le banconote e che ovviamente per fare i conti non esisteva la calcolatrice.. ma i romani sapevano contare con le dita fino a 10.000.
ELIOeGAIA ci raccontano questo e molto altro in questa nuova puntata di Pompei Junior

Buona lettura!

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A Pompei c'era il mare ed un importante Porto Commerciale
Il Porto di Pompei era un centro commerciale chiave per lo smistamento e la distribuzione delle merci, nonché un importante centro di pesca: le ricche acque della baia infatti sostenevano una fiorente attività di pesca e di commercio di molluschi. La pesca del pesce azzurro, tra cui tonno, sgombro, acciughe, fornivano le materie prime per il garum la famosa salsa di pesce per cui la regione era conosciuta. Nelle sue vicinanze c’erano anche delle saline, le cosiddette Salinae Herculae: esse si formavano dove le acque della baia bagnavano una depressione della vicina città di Ercolano. Secondo Strabone, il porto di Pompei ospitava un traffico merci ingente sia per quanto riguarda le importazioni sia per quanto riguarda le esportazioni, trovandosi al crocevia della strada costiera che da Cuma porta alla Penisola Sorrentina e la strada dell’entroterra che portava alle città di Nocera, Acerra e Nola. La presenza di un porto molto attivo favoriva l’incontro di persone di culture e religioni diverse creando all’epoca un’atmosfera davvero cosmopolita.
Il porto di Pompei era considerato come un porto sicuro dai navigatori greci e fenici del Mar Mediterraneo.
Pompei era considerata inoltre una città di lusso, meta ideale per turisti, uomini d’affari e viaggiatori che amavano visitarla perchè era una città molto vivace, ricca di locali lussuosi per romani facoltosi, ville eleganti, bagni pubblici, ed altre attrattive. Chi sbarcava a Pompei poteva infatti godersi un piacevole soggiorno e nel contempo condurre i propri affari commerciali.
Il sistema monetario nell'antica Roma
Al giorno d’oggi quando pensiamo al denaro la mente corre subito alle banconote di carta o addirittura alle transazioni elettroniche fatte con le carte di credito. Certo anche oggi esistono le monete, quelle fatte di metallo per intenderci, ma al tempo degli antichi romani le monete erano invece l’unico tipo di denaro che conoscevano…o quasi! All’inizio dell’era repubblicana infatti i romani usavano ancora il sistema del baratto ed il bestiame bovino, in latino pecus, era il principale mezzo usato per lo scambio merci, costituiva insomma la moneta contante dell’epoca. Ed è proprio dalla parola pecus che derivò la parola latina per indicare il denaro cioè pecunia!
Infine anche il metallo, in particolare dei pezzi di bronzo, divennero un ulteriore mezzo di scambio. Questi pezzi di bronzo venivano chiamati aes rude. All’inizio del III secolo a.C., delle marcature vennero aggiunte a questi pezzi di bronzo per indicarne peso e valore. L’asse, come venne chiamato, pesava una libbra romana ovvero circa 335,9 grammi e diventò l’unità monetaria di base. A partire dal 187 a.C., i romani riorganizzarono il loro sistema monetario e da questa revisione nacque una nuova moneta il denarius, una moneta d’argento del valore di circa dieci assi. L’asse e il denarius rimasero le monete più comuni, e il loro uso continuò durante tutta la storia della civiltà romana. All’alba dell’era imperiale sotto Augusto, nuove monete furono messe in circolazione usando quattro metalli: l’oro, l’argento, l’ottone, il bronzo (o il rame). L’aureus in oro, fu introdotto durante la seconda guerra punica, e divenne la moneta più ampiamente usata, anche se l’asse e il denarius rimasero, come sappiamo, le principali monete in circolazione. Di solito, le monete d’oro e d’argento avevano un uso ufficiale, come ad esempio il pagamento degli stipendi, mentre le monete di ottone e bronzo erano utilizzate nelle transazioni commerciali di tutti i giorni.
Contare fino a diecimila solo con le dita!
Se la matematica non è il vostro forte la soluzione è molto semplice: usare una bella calcolatrice! Ormai le calcolatrici sono ovunque: negli uffici, nei negozi, a scuola, etc. Ogni telefonino, anche il più semplice, ha una calcolatrice incorporata! Per le operazioni più complesse si può usare un bel computer che nel giro di pochi secondi può fare calcoli così complessi che un essere umano, anche il più bravo, impiegherebbe ore se non addirittura giorni per farli. E se proprio non ne avete una calcolatrice o un computer a portata di mano…si può sempre contare con le dita.
Per quanto siamo abituati ad essere letteralmente circondati dalla tecnologia che può far di conto al nostro posto c’è stato ovviamente un tempo…senza calcolatrici! Beh non esattamente. Anche gli antichi romani avevano una rudimentale calcolatrice: ovviamente non si trattava di nulla di elettronico, era l’abaco, una specie di pallottoliere che aiutava a fare calcoli semplici. Ma non era l’unico mezzo! I romani aveva inventato un sistema che consentiva di contare con le dita. Bella forza direte voi, anche noi sappiamo contare con le dita, se non fosse che i romani riuscivano a contare con le dita fino a diecimila! Come ci riuscissero è presto detto: avevano inventato un sistema di segni da fare con le dita che corrispondeva a dei numeri. Facciamo alcuni esempi. Avete mai fatto il segno delle corna con le mani? Ebbene se lo aveste fatto ai tempi degli antichi romani nessuno si sarebbe offeso in quanto il gesto delle corna corrispondeva semplicemente al numero quattro oppure a quattrocento. Questo perché lo stesso gesto indicava un numero se fatto con una mano ed un suo multiplo se fatto con l’altra. Facciamo altri esempi: se con la mano si faceva il segno della pistola si indicava il numero nove, facendo una specie di “okey” si indicava il dieci.
Le combinazioni erano molteplici e consentivano di poter contare fino a diecimila!!!
Vabbè probabilmente non siete molto convinti e siete molto contenti di vivere ai nostri giorni con…la calcolatrice in tasca.
Il fenomeno degli schiavi nell'antica Roma: le testimonianze pompeiane.
Nell’antica Roma, come in altre civiltà antiche, una fetta abbondante di lavoratori era costituita da schiavi. Probabilmente questo può sorprenderci essendo abituati a pensare all’antica Roma come ad una civiltà intellettualmente progredita e civile. Dobbiamo però tener presente che purtroppo la riduzione in schiavitù era una prassi alquanto comune nell’antichità e Roma non faceva certo eccezione.
Anche se oggi parlare di schiavi ci fa letteralmente rabbrividire, proviamo a fare uno sforzo, calandoci nella realtà degli antichi romani così da comprendere meglio la realtà della schiavitù a quei tempi. Prendiamo come esempio l’antica Pompei!
L’antica città di Pompei aveva una popolazione che oscillava tra le 8.000 e le 10.000 persone. Circa il 60% della popolazione era costituita da uomini liberi ed il restante 40% da schiavi! Questo ci fa ben comprendere quanto fossero importanti gli schiavi nell’economia cittadina.
Gli schiavi che lavoravano nelle case provenivano dal vicino oriente ed erano nella maggior parte dei casi persone molto istruite, talvolta anche più istruite dei loro stessi proprietari…brutta parola lo so! Ma tant’è! Gli schiavi venivano considerati una proprietà. Una piccola ma prospera famiglia dell’antica Pompei generalmente aveva al suo servizio due o tre schiavi; ovviamente le famiglie più numerose e più ricche ne avevano molti di più. Agli schiavi venivano affidati i compiti più disparati che non sempre riguardavano l’economia domestica come pulire, cucinare, servire la cena, badare agli animali, coltivare la terra, lavare i panni o aiutare in bottega. C’erano infatti schiavi che per formazione e cultura svolgevano il ruolo di insegnante ed addirittura di medico di famiglia.
La condizione di schiavo non era necessariamente una condizione permanente: uno schiavo, nell’antica Roma, poteva riacquistare la libertà a discrezione del suo padrone che poteva decidere di liberarlo gratuitamente e benevolmente. In alternativa poteva diventare libero pagando una certa
somma di denaro: lo schiavo che riacquistava la sua libertà veniva chiamato dai romani liberto.

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